Femminilità e forme, prigione e simbolo

martedì 29 gennaio 2013 Estetica

Dal Paeleolitico alle top model, breve viaggio nella prosperita’ delle donne. Siamo prigionieri del nostro corpo. E quest’idea ci appartiene da sempre, sin dall’antichità. Lo abbiamo mostrato, dimostrato, confessato, rivelato anche nell’arte, sin dalle più antiche opere conosciute, attribuendo al corpo ed alle sue forme un valore rappresentativo e simbolico.

L’esempio più noto è la Venere di Willendorf un’opera del Paleolitico superiore (20-30mila anni a.C.), una statuetta senza volto, che presenta grandi mammelle pendule, fianchi abbondanti e natiche prominenti, è considerata da alcuni come la prima rappresentazione dell’obesità. «Dobbiamo quindi credere che la donna preistorica fosse afflitta dall’obesità?» si chiede l’endocrinologo americano Eric Colman. «Per quanto non si possa escludere l’esistenza di sporadici casi di obesità dovuti a malattie, diverse linee di pensiero suggeriscono che nella preistoria l’obesità sia stata molto rara, per non dire inesistente.

Difficile anche pensare che queste donne potessero consumare eccessive quantità di cibo. Gli studi condotti dai paleonutrizionisti dimostrano infatti che nelle ere preistoriche l’iponutrizione rappresentava un problema sanitario diffuso. Nel complesso, sembra quindi improbabile che lo stile di vita della donna paleolitica potesse consentirle di diventare obesa». Alla Venere di Willendorf, ed alla sua obesità, va quindi attribuito un forte valore simbolico di fertilità, abbondanza, accoglienza, vita. Anche nella cultura della Grecia e dell’antica Roma il corpo è stato usato per raffigurare le divinità mitiche. In queste culture, tuttavia, la rappresentazione del corpo non era deformata. I Greci e i Romani, anziché distorcere il corpo umano per idealizzare e “addomesticare” i magici poteri occulti che si nascondevano dietro l’esistenza, lo dipingevano in maniera del tutto realistica. Una certa quantità di adipe era comunque considerata un indicatore di buona salute e di appartenenza a uno status socioeconomico elevato, seppure non come in certe culture non occidentali dove questo concetto è ancora fortemente radicato.

Pensiamo, per esempio, ai re polinesiani che sono spesso obesi; oppure alle ragazze della tribù Banyankole dell’Africa Orientale che vengono fatte ingrassare in preparazione al matrimonio. «Quando ho cominciato a lavorare a Hong Kong, nei primi anni ’60, le ragazze magre non riuscivano a trovare marito» aggiunge James Watson, antropologo alla Harvard University «e lo stesso accadeva ai giovani maschi più muscolosi. Gli uomini dotati di potenti masse muscolari venivano considerati come appartenenti alla classe sociale inferiore, quella dei manovali. Erano coloro che per vivere dovevano sollevare carichi tali da spaccare la schiena, e non avevano altro da offrire». Nei secoli successivi, cambiano le tecniche usate per ritrarre il corpo umano, ma l’obesità rimane strettamente associata ai concetti di buona salute, fertilità e rispondenza ai canoni di bellezza dell’epoca. La storia dell’arte propone momenti, che si possono ammirare nei dipinti di Pieter Paul Rubens (Baccanale, 1618) e Pierre Auguste Renoir (Le bagnanti, 1919), in cui una figura femminile debordante era assai desiderabile.

Diversamente da oggi, il corpo femminile appesantito dal grasso non era visto come un segno di cattiva salute: anzi, fino ai primi decenni del XX secolo – quando la ricerca scopre i grassi saturi, gli acidi grassi trans e il rapporto degli uni e degli altri con le malattie cardiometaboliche – le forme prorompenti erano viste come segno di agiatezza e di buona salute. Oggi le arti, specchio dei tempi, riflettono questi conflitti corporei e le relative condizioni. Mentre le top model possono svolgere il ruolo che nell’antica Grecia competeva ad Afrodite, cioè un ideale fantastico cui il pubblico dovrebbe aspirare, le arti figurative devono confrontarsi con la realtà delle contraddizioni esistenti nella società. E’ per questo che nell’arte contemporanea l’uso del nudo obeso sta diventando sempre più frequente. Diversamente dai nudi di Rubens e di Renoir, che rappresentavano al meglio i modelli estetici delle rispettive epoche, i nudi obesi contemporanei non sono presentati come sane bellezze un po’ carnose, ma sono usati in maniera nuovamente simbolica.